COMICS TRIBUTE 42 – DIABOLIK

Le tante mostre ed allestimenti del 2012, a maggio al Napoli al Comicon, a settembre ad Catania ad Etnacomics, ed a novembre a Lucca, durante Lucca ComicsandGames, festeggiarono il 50° compleanno di Diabolik che ricorreva nel mese di novembre 2012.
Quel mese Carlo, ancora una volta, con cura e passione ne “tratteggiò” la vita editoriale con un doppio tributo; il primo fu scritto appositamente quell’anno, mentre il secondo era (ed è) la riproposizione di quello pubblicato prima sul nostro vecchio sito (l’8 novembre del 2009) e poi nello speciale fascicolo in PDF Fumettomania presenta: Comics Tribute 2009, fascicolo interamente scaricabile da issuu.com e da scribd.com. Buona rilettura.

M.B.
06-08-2016

Mezzo secolo con Diabolik
di Carlo Scaringi

(riproposta. prima pubblicazione 20-11-2012)

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– Copertina del n. 1 di diabolik – novembre 1962. © Astorina srl. –

Forse è solo una leggenda metropolitana, ma abbastanza verosimile, come molte imprese di Diabolik. Sembra che diverso tempo fa, diciamo anni Ottanta e dintorni, il capo della Mobile di Roma abbia invitato i suoi agenti a leggere e magari collezionare gli albi di Diabolik, non tanto per scovare nuovi capi d’imputazione contro la casa editrice (già oggetto di ripetute quanto assurde denunce), quanto per scoprire il modo con cui Diabolik compie i suoi clamorosi colpi.
Il celebre ladro festeggia i suoi primi cinquant’anni (nel 2012): il primo numero è uscito infatti nel novembre 1962), e da allora vive libero e felice, beffandosi dell’ispettore Ginko che gli dà la caccia inutilmente, salvo qualche sporadico successo.
Diabolik è nato grazie a due sorelle milanesi, Angela e Luciana Giussani, appassionate dei romanzi d’appendice primo Novecento, con Rocambole, Arsenio Lupin o Fantomas protagonisti di straordinarie quanto criminali, nonché rocambolesche imprese. Si occupavano anche di fumetti, perché il marito di Angela era Gino Sansoni, editore di molte collane di comics. Vollero fare qualcosa di diverso, e magari di originale, e crearono il personaggio di Diabolik, senza immaginare che in breve avrebbero dato vita a un genere – il fumetto nero, con eroi negativi dal nome imbottito di “k”, una lettera che sembra quasi il simbolo del male – di grande quanto effimero successo, perché ormai i vari Kriminal, Satanik, Sadik, Magik, Zakimort, ecc. sono un lontano ricordo, mentre Diabolik è vivo e vegeto.

Quali i motivi di questo successo così prolungato nel tempo?
Sono molteplici, a cominciare dalle ripetute campagne scatenate dai soliti moralisti che negli anni Sessanta accusavano questo fumetto di fare l’apologia del furto, incitare alla violenza e traviare la gioventù. Se si analizzano le centinaia di albi usciti in mezzo secolo si scopre che Diabolik è un personaggio certamente negativo, ma anche onesto, generoso, giusto, cavalleresco e in fondo perfino moralista. All’inizio era violento, talvolta uccideva i nemici senza validi motivi, ma era – ed è ancora – quasi sempre onesto. Vive a Clerville, uno staterello di fantasia, quasi una copia del Principato di Monaco, affollato di banchieri, speculatori, affaristi, avventurieri, trafficanti e faccendieri vari. Sono questi i bersagli di Diabolik, che talvolta è più simile a un Robin Hood del Duemila che al ladro in calzamaglia nera e mascherina sugli occhi della vecchia letteratura.
Le sue imprese hanno il fascino del proibito, sono spesso originali, sempre geniali, imprevedibili, sorprendenti. Mezzo secolo fa la tecnologia di oggi (le mille applicazioni dei telefonini, della TV, dei computer, ecc.) era ancora fantascienza, per cui i trucchi che escogitava il re dei ladri per compiere i suoi colpi erano fonte di ammirazione e di stupore. Un ruolo importante, forse decisivo, lo hanno avuto gli autori delle storie, più importanti dei pur bravi disegnatori (Zaniboni, Paludetti, Facciolo, Del Vecchio, ecc.).
Oltre alle sorelle Giussani, vanno ricordati Mario Gomboli, attualmente al vertice dell’Astorina, la casa editrice che pubblica gli albi, Alfredo Castelli, Patricia Martinelli, Tito Faraci e tanti altri. Ma al di là di tutto, il merito maggiore di questo successo risiede in due personaggi che da sempre condividono gioie e dolori del protagonista, ovvero Eva Kant, entrata in scena nel marzo 1963 (terzo numero della serie) e da allora compagna fedele sul lavoro e nella vita, e Ginko, l’ostinato   poliziotto che come un segugio lo insegue da sempre. Diabolik e Ginko sono condannati a essere l’uno l’ombra dell’altro: s’incontrano, o meglio si scontrano, talvolta si aiutano, per esempio nelle rare volte in cui finiscono entrambi nei pasticci, nelle mani di bande criminali, ma poi tornano a combattersi con la stessa cocciutaggine di sempre. Se di Ginko conosciamo il viso, gli abiti, la cravatta, sempre la stessa, Diabolik non ha volto, o meglio ne ha molti, quelli delle maschere che usa per travestirsi prima di un colpo. Le Giussani lo hanno ideato avendo come modello un attore degli anni Cinquanta, Robert Taylor. Raramente comunque s’è visto a viso scoperto: Diabolik si toglie la maschera solo per baciare Eva con una passione rimasta immutata dopo mezzo secolo di convivenza. E anche questa, in fondo, è una piccola morale.


Novembre 1962: Con Diabolik arriva il fumetto “nero”
di Carlo Scaringi

(riproposta. prima pubblicazione 08-11-2009)

Quando nel novembre del 1962 Diabolik comparve nelle edicole sembrò che il genio del male avesse invaso l’Italia. Alcuni episodi di cronaca nera, avvenuti quasi contemporaneamente, vennero chiaramente attribuiti all’influenza nefasta di questo personaggio in calzamaglia e mascherina nera sul volto ideato, e poi raccontato per decenni, da Angela Giussani e da sua sorella Luciana. Con Diabolik è entrato nel mondo del fumetto il mito dell’eroe negativo, del “cattivo” senza mezzi termini, in perenne lotta con la polizia in un drammatico e alterno gioco di guardie e ladri.

ct04_12_diabolik-eva-ce-labbiamo-fattaDiabolik deriva in qualche modo dai grandi criminali della letteratura d’appendice francese, come Rocambole e Fantomas. Come i suoi padri è un principe del travestimento, di fughe attraverso tetti o fogne, di vicende appunto rocambolesche, ma a differenza di costoro – che si muovevano in un mondo di carrozze a cavallo e di luci a gas – Diabolik vive nel nostro tempo e utilizza abilmente tutti i ritrovati della scienza moderna. Si sposta, per esempio, con una velocissima automobile superblindata e superaccessoriata, (che ricorda un po’ quella altrettanto celebre di James Bond) e indossa spesso maschere di plastica che gli permettono di assumere le fattezze di qualsiasi individuo, con tutti gli aspetti utili, ma anche con gli equivoci che ciò comporta. E’ specializzato nella realizzazione di mille trucchi e in altrettante sorprese che lasciano disorientati gli inseguitori. Ha costruito pecore di plastica per bloccare la strada, oppure rondini radiocomandate con cariche esplosive per colpire gli avversari, è fuggito con una sedie a rotelle spinta da minuscoli razzi o si è infilato sotto il telaio di un’ auto per superare imprevisti posti di blocco, e così via, in un caleidoscopio di trovate che divertono il lettore e ridicolizzano gli sforzi di Ginko, l’ispettore di polizia da sempre sulle sue tracce.

Diabolik è la sua ossessione, ma va detto che questo eterno duello tra il bene e il male si svolge sempre sul filo della correttezza, della cavalleria, del fair-play potremmo dire. Ginko è un osso duro, se ne accorge anche Diabolik che spesso lo elogia. “Diventa semre più difficile ingannare Ginko – ha detto – che è un antagonista eccezionale”. Un’altra volta ha sognato un’impossibile alleanza: “Se quel dannato ispettore fosse con me, domineremmo il mondo”. Nelle prime storie Diabolik appariva un criminale fin troppo spietato, pronto a uccidere senza rimorsi, ma poi è diventato più umano si potrebbe dire con una punta di esagerazione. Adesso sempre più spesso preferisce narcotizzare le sue vittime (solitamente facoltosi industriali, spregiudicati affaristi o sfaccendati d’alto bordo) per poi derubarle con calma e tranquillità. Le sue imprese si svolgono per lo più in un mondo di fantasia, ma ogni tanto ci sono anche chiari richiami alla realtà, alla mafia per esempio, “un dannato centro di potere, e c’è sempre qualcuno disposto a tutto per avere questo potere”, o all’usura, “un modo squallido, strisciante di speculare sulle necessità e sulla miseria della gente”. Diabolik è spavaldo, spregiudicato, irridente, al contrario di Ginko che invece è il tipico poliziotto serio, onesto, coraggioso, ma non fallito, anche se destinato sempre alla sconfitta.

Come ogni eroe di carta che si rispetti, anche Diabolik ha una compagna, Eva, che da quando è apparsa (nel terzo numero, febbraio 1963) condivide gioie e dolori del suo uomo, che spesso accompagna e aiuta nelle sue imprese criminali. Ogni tanto Eva ha nostalgia di un figlio, ma Diabolik realisticamente le ricorda la loro situazione di eterni braccati da Ginko: “Abbiamo una nostra vita, io e te, e non c’è spazio per nessun altro”. Ma sono felici lo stesso, come tante altre coppie di carta. Su Diabolik – progenitore di una serie di eroi negativi che però con lui hanno in comune solo le “k” che ne inzeppano i nomi – sono stati versati fiumi d’inchiostro e di parole, con politici ed educatori che hanno tentato di trascinarlo sul banco degli accusati. Oggi quei tempi sono lontani e quel criminale in nero non scandalizza più nessuno, forse perchè le sue imprese appaiono ormai come donchisciotteschi ricordi di un mondo sorpassato dai fatti e misfatti dell’odierna realtà.

Per saperne di più

Angela Giussani ideò Diabolik perché voleva pubblicare qualcosa di facile lettura per i pendolari che ogni giorno arrivavano a Milano, una storia da leggere in un’oretta, giusto il tempo trascorso in treno. La scelta cadde su Diabolik, che doveva essere una versione moderna dei classici personaggi della letteratura d’appendice primo Novecento, Fantomas soprattutto. Nelle prime storie infatti non mancano i riferimenti alle imprese del criminale francese. Ma poi, col passar del tempo, Fantomas e compagni sono diventati un pallido ricordo, e le storie di Diabolik– sceneggiate a lungo dalle due sorelle Giussani e poi da Patricia Martinelli, Mario Gomboli, Alfredo Castelli e altri validi autori – hanno acquistato in originalità e fantasia.
Il disegnatore della prima storia è ancora avvolto nel mistero: è stato un certo Zarcone, che tutti chiamavano il Tedesco per il suo aspetto nordico, che scomparve dopo l’uscita del primo albo. Il secondo fu disegnato da un’amica delle Giussani, la signora Giacobini, mentre il primo disegnatore fisso fu Enzo Facciolo, seguito in questi anni da altri di pari valore, da Paludetti a Zaniboni padre e figlio, e tanti altri. Ma come avviene solitamente nei fumetti popolari, ai lettori piacciono di più le trame e gli intrecci, spesso più efficaci e coinvolgenti di un buon disegno.

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